Alfred Adler e la Psicologia individuale

Quando, nella sonnolenta Vienna del 1902, il giovane Alfred Adler iniziò a frequentare la casa di Freud, incontrandosi con quei pochi personaggi che sarebbero divenuti il nucleo originario della Società psicoanalitica, le sue concezioni psicologiche stavano ancora maturando. Il future fondatore della cosiddetta “Psicologia individuale”, scuola di pensiero separata dalla psicoanalisi, era tenuto in gran stima dallo stesso Freud che, un anno prima della separazione, nel I910, quando i contrasti non apparivano inconciliabili, giunse anche ad appoggiare l’elezione di Adler alla presidenza della Associazione psicoanalitica viennese. Pochi sono i dati biografici sull’infanzia e l’adolescenza di Alfred Adler. Nato nel 1870, secondo di sei fratelli, nella capitale dell’impero asburgico, fa attratto, nel periodo universitario dall’attività politica di quei gruppi studenteschi di orientamento marxista, che erano presenti nella Vienna di fine secolo. Proprio in questo ambiente incontrò la futura moglie, l’affascinante Raissa Timofeevna Epstein, una giovane russa che aveva raggiunto Vienna perché, a quel tempo, in Russia, non era permesso alle donne di frequentare le università. L’interesse per i problemi sociali accompagnò Adler per il resto della vita. Nel 1909 introdusse il problema dei rapporti tra il marxismo e la psicoanalisi nelle riunioni della Società psicoanalitica viennese; mentre, dopo la prima guerra mondiale, si dedicò all’applicazione dei suoi concetti psicologici nel mondo della scuola e in campo criminologico ponendosi, tra l’altro, tra i fondatori della psicoterapia di gruppo. Già nel 1908 Adler aveva criticato il concetto psicoanalitico dì “Libido”; ovvero, per Freud, quella fonte energetica che fa muovere le turbine della nostra psiche. Egli sosteneva, piuttosto, la presenza di una aggressività innata, come sorgente dinamica della vita psichica. Quando, nel 1911 Adier rassegnò le dimissioni dalla Società psicoanalitica il suo pensiero divergeva, profondamente, da quello di Freud. Secondo la “Psicologia individuale” adleriana, il bambino è, inevitabilmente debole rispetto all’adulto, sul piano fisico, psichico e ambientale; per questo, durante il resto della vita, ciascuno si sforza di superare il senso d’inferiorità che ha avuto origine da questa primitiva esperienza.
Per compensare l’inferiorità originaria viene messo in moto un complesso meccanismo di autoaffermazione che tende all’opposto, cioè a superare gli altri. Questa lotta per la superiorità è la molla del progresso individuale e, sul piano sociale, è la causa della evoluzione della civiltà umanar perché porta a continui miglioramenti. Per affermare se stesso, ogni individuo utilizza dei comportamenti personali; ovvero realizza ciò che Adler chiamava lo “Stile di vita” individuale. Per comprendere la personalità di un individuo è necessario esaminare i retroscena infantili e tener presenta l’ordine di nascita. Secondo Adler infatti, il nascere per primi, per ultimi, oppure in mezzo ad altri fratelli o sorelle, determina personalità differenziate. Il primogenito, che è al centro dell’attenzione dei genitori finché non viene soppiantato dal fratello minore, può essere ostile e insicuro verso gli altri. Il secondogenito, a sua volta, può maturare gelosia e ribellione e così via fino all’ultimogenito che, per Adler, sarebbe, in linea di massima, il più danneggiato. In questo contesto egli sottolinea, anche, le profonde differenze tra il ruolo psicologico maschile e quello femminile.
Nel migliore dei casi, quando una persona riesce ad integrare positivamente ciò che ha ricevuto in eredità con l’ambiente circostante, si verifica l’autorealizzazione di quello che Adler chiama il “Sé creativo”; ovvero l’equilibrio ottimale tra le esigenze dell’individuo e quelle della società. La nevrosi si configura, invece, come il predominio del polo individuale a scapito della dimensione collettiva. La terapia delle nevrosi che, per Adler, è anche una educazione della persona tesa a ben inserire l’individuo nel suo ambiente, parte dal concetto di “Meta fittizia”. Secondo la psicologia adleriana, la maggior parte delle persone tenda, infatti, a raggiungere una meta nascosta, di cui non è consapevole. Poiché la meta fittizia determina, a livello inconscio, il programma di vita dell’individuo, il lavoro terapeutico deve servire, prima di tutto, a svelare questa meta. Sempre in campo terapeutico Adler sottolineò i rapporti tra situazioni psichiche e malattie organiche, inserendosi in quel filone che avrebbe dato vita alla moderna medicina psicosomatica. Negli ultimi anni della sua vita, Adler si trasferì negli Stati Uniti. Nel 1937 morì ad Aberdeen, in Scozia, durante un giro di conferenze. Complessivamente la visione adleriana dell’uomo è più ottimistica di quella freudiana. Egli accentuò il peso dei fattori sociali della coscienza individuale nelle dinamiche della personalità. Interpretò come tentativi di affermare la propria superiorità quegli sforzi infantili in cui Freud vedeva, invece, una tendenza alla soddisfazione sessuale. Ridimensionò, inoltre, il peso della sessualità, dell’inconscio e il valore delle prime esperienze infantili nella determinazione del carattere. Poiché questa visione dell’uomo come essere prevalentemente cosciente del proprio destino più gradevole di quella freudiana, la psicologia adleriana riuscì, a suo tempo, a suscitare un qualche interesse anche nel mondo scientifico sovietico, ermeticamente chiuso alla psicoanalisi fin quasi alla fine del novecento. Complessivamente, il pensiero di Adler si pone agli antipodi di quello junghiano. Mentre Jung si distacca dal pensiero freudiano per privilegiare la componente romantica della personalità, Adler, epigono dell’Illuminismo dedicò la sua vita ad esaltare le componenti razionaliste del pensiero psicoanalitico, convinto che l’uomo, comprendendo la propria situazione, possa liberare se stesso ed eliminare gli ostacoli della vita.