Aspetti psicologici delle sette religiose

Ce ne sono per tutti i gusti. Dai Testimoni di Geova, biblici integralisti fino all’oposto, ai seguaci dei culti satanici. Negli ultimi anni, circa un milione di Italiani ha scoperto la particolare fede delle sette religiose. Cosa spinge un individuo, apparentemente normale a trascurare famiglia e consuetudini per trasformarsi in adepto di una delle tante sette, più o meno strane, sparse in Italia e nel mondo? Ovunque, a piccoli movimenti autenticamente religiosi, si affiancano gruppi di fanatici, santoni ispirati e vere e proprie organizzazioni truffaldine. Tuttavia, se il comportamento di un gruppo religioso non costituisce un problema sociale, magari ostacolando il servizio sanitario, come nel caso dei Testimoni di Geova che rifiutano le trasfusioni anche ai figli, ciascuno ha diritto di credere quel che preferisce. Resta, sul piano psicologico, il punto interrogativo costituito dall’irrazionale attrazione che questi gruppi esercitano su molte persone. La prima cosa che risulta evidente, in queste sette, è la loro rigidissima struttura gerarchica, assolutamente immutabile e antidemocratica, dominata da un santone. Questi capi carismatici non sono, certamente, modesti, nelle loro ambizioni personali. Moon, capo della chiesa omonima, nata in Corea nel 1920 e abbastanza diffusa in Italia, si dichiarava il nuovo Messia, venuto a completare la missione di Cristo, fallita a causa della sua crocefissione. Sai Baba, fondatore di una setta conosciuta anche in Italia, si proclamava “manifestazione di Dio”, lasciandosi adorare. In tutte queste organizzazioni, i livelli superiori della gerarchia sono nettamente separati da quelli inferiori. Le regole di comportamento, per gli adepti, sono austere. Per salire, dal basso verso l’alto, bisogna partecipare, anche economicamente, alle attività del gruppo. Come mai queste rigide sette, invece di far scappare la gente a gambe levate, come sarebbe logico, riescono a raccogliere tanti seguaci? Forse la risposta è contenuta nelle osservazioni che uno psicoanalista austriaco, Wilhelm Reich, fece negli anni ’30 sul comportamento irrazionale di milioni di persone che, in quel periodo, si avviavano verso ideologie autoritarie, in tutta Europa. L’autoritarismo, religioso o politico affascina le menti, perché dona certezze agli insicuri. Ogni organizzazione antidemocratica si fonda, secondo Reich, su un remoto timore della libertà che ciascuno conserva nel suo intimo. La libertà obbliga a fare delle scelte e ciò implica la possibilità di sbagliare, con dubbi, responsabilità e ripensamenti. Queste ansie possono essere allontanate e il bisogno di certezze soddisfatto scaricando la responsabilità di decidere su una organizzazione esterna, cui l’individuo senta di appartenere. Questo senso di appartenenza o di affiliazione, è, più o meno, presente in ogni persona e ha origini psicologiche lontane. Esso risale a quei primi mesi di vita, quando tutti noi dipendevamo, per la nostra sopravvivenza, dagli adulti che ci circondavano. Lo psicoanalista Wilfred Bion ha definito fusione questo soddisfacente stato mentale del neonato. Tale beata fusione con qualcosa di esterno, sentito buono e più grande, implica un assopimento dell’identità individuale. Una problematica evoluzione di questo stato mentale si verifica quando il bambino, in una fase già più matura, sapendo di essere oggetto dell’attenzione degli adulti, pensa che ogni suo gesto e i suoi stessi pensieri siano noti ai “grandi”. Tutto ciò favorisce una dipendenza psicologica che potrà pesare, nell’individuo adulto, in modo sproporzionato. Queste persone, anche in età matura, tenderanno a cercare qualcuno o qualche cosa che si preoccupi di loro, provvedendo ad ogni bisogno e liberandoli dalle responsabilità. Psicologicamente, ciò costituisce una tendenza regressiva alla fase della dipendenza infantile. Ben si realizza tale dipendenza all’interno di quelle sette, religiose o meno che, con la loro struttura autoritaria, limitano le responsabilità concrete e intellettuali dell’individuo, rimandando ogni decisione alle gerarchie superiori. Quando l’identificazione con il gruppo dei seguaci e con il capo carismatico raggiunge il massimo, può accadere di tutto. Sono passati pochi anni da quando centinaia di seguaci del reverendo Jones seguirono, nel suicidio, la loro guida spirituale, in una foresta della Guyana.