Divulgazione scientifica e scienza

La presenza costante, sui teleschermi, di programmi di divulgazione scientifica, testimonia che l’interesse del pubblico italiano per la scienza, accentuatosi negli ultimi anni, non è una curiosità passeggera destinata ad estinguersi nella noia dei discorsi complicati. Il merito va, in buona parte, alla chiarezza dei divulgatori che combattono, sui teleschermi, per conquistare spazio a quel pubblico, meno passivo e desideroso di capire i meccanismi reali che muovono il mondo, da quelli fisici a quelli economici, a quelli psicologici e così via. È anche vero che sono ormai lontani i tempi in cui un grande scienziato e filosofo, come Cartesio, sosteneva che la scienza, come una bella donna, se diventa pubblica si avvilisce. Sembra, anzi, che certi scienziati contemporanei non stiano nella pelle dal desiderio di dividere, con più gente possibile, le grazie della loro prediletta disciplina.
Una volta tanto, la televisione non produce, automaticamente, quel sonno della ragione in cui pascolano i mostri del pregiudizio. Scienza e pregiudizio non vanno d’accordo e quella minoranza di telespettatori che riesce a non stramazzare in poltrona, col cervello spento, travolta dalle chiacchiere inutili finisce addirittura per sconfessare molti dei luoghi comuni generalmente accettati dai sociologi interessati alla televisione. Tra quest’ultimi, il canadese McLuhan sosteneva che lo schermo televisivo, come gli altri mezzi di comunicazione di massa, imprigiona nei suoi confini tecnici e organizzativi qualunque messaggio, anche di interesse culturale, trasmesso su di esso.
Tuttavia, la fedeltà di alcuni strati del pubblico ai programmi scientifici e culturali, sembra riconfermare la possibilità di trasmettere messaggi articolati e carichi di contenuti, anche attraverso la televisione. Semplificando, si può affermare che una trasmissione scientifica come fa esattamente l’opposto di quel che cerca di realizzare la pubblicità. Mentre il divulgatore scientifico spiega un fenomeno, cercando di coinvolgere il pubblico in un ragionamento, la pubblicità tenta di suggestionare il telespettatore per fargli accettare un prodotto commerciale, senza compiere alcuna verifica razionale. Secondo alcuni sondaggi, il pubblico più interessato alla divulgazione scientifica è quello giovanile.
Forse perché delusi dalla letteratura, sempre più costretta in confezioni annuali di prodotti da supermercato della narrativa, o forse perché stanchi dei grandi schemi filosofici, dall’attesa delle rivoluzioni globali, i giovani hanno manifestato un desiderio sobrio e giudizioso di affidarsi a qualcosa di controllabile, come scienza. Ciò coglie impreparati quei settori della cultura italiana che, nell’era dei computer, considerano ancora un vezzo il non saper far di conto. Una cronistoria, anche rapida, delle mode culturali imperanti, dalla fine del secolo scorso ad oggi, conferma come l’antiscientismo sia un concetto ereditato dal passato. Fin dai tempi dello storicismo di Croce o del marxismo, nella versione di Gramsci, la scienza non ha avuto vita facile. Anche l’esistenzialismo e la pesante influenza di Sartre sulla cultura italiana non hanno contribuito a sviluppare la cultura scientifica. Una parentesi, in qualche modo favorevole alla scienza, si è avuta col neopositivismo di Ludovico Geymonat e le idee di Giulio Preti.
D’altra parte, con la moda di Husserl, un filosofo sostanzialmente contrario alle concezioni di Galileo, la corrente antiscientista si è rafforzata. I pensatori della scuola di Francoforte, da Adorno, a Horkeimer, a Marcuse, che tanta fortuna hanno avuto nella seconda metà del secolo scorso, non hanno evitato, a modo loro, profonde critiche alla cultura scientifica. Come se non bastasse, quando la loro moda è tramontata, sono spuntati gli astri di Heidegger e di Nietzsche, certamente estranei all’approccio scientifico. Il tutto sta, attualmente, lasciando spazio ad una specie di anarchismo filosofico in cui ben si collocano visioni personaliste e individuali del mondo. Ciò accade in una società dove sarebbe già possibile incrociare, in laboratorio, un uomo con una scimmia, per ottenere un maggiordomo perfetto, obbediente e di poche pretese. In queste condizioni, la divulgazione scientifica finisce per diventare, senza retorica, strumento di democrazia. Perché per decidere sulle manipolazioni della razza umana, o sulle centrali nucleari bisognerà, prima di tutto, essere informati, o meglio accendere i cervelli.