Il Terzo Reich dei sogni (Recensione)

(Autore: Charlotte Berardt; prefazione Reinhart Koselleck; postfazione Bruno Bettelheim; Ed. Einaudi, 1997)
Nel 1934, dopo un anno trascorso vivendo nel Terzo Reich, un medico di quarantacinque anni fece questo sogno: “A visite concluse, verso le nove di sera, mentre sono in procinto di stendermi pacificamente sul divano con un libro di Matthias Grunewald, improvvisamente le pareti scompaiono dalla mia stanza, dal mio appartamento. Mi guardo intorno costernato, tutti gli appartamenti che riesco a vedere non hanno più pareti. Sento gracchiare un altoparlante: “In conformità al decreto 17 del mese corrente, relativo alla rimozione delle pareti”. Nel sogno, quel medico riconobbe esattamente la condizione umana del mondo totalitario. La “vita senza pareti” rendeva tutti soggetti alle regole e ai ricatti del regime. I sogni raccolti nel volume sono dei veri e propri diari notturni che, pur scaturendo da una attività psichica involontaria, sembrano registrare, con la minuzia di un sismografo, gli effetti causati dagli avvenimenti politici esterni, all’interno delle persone. Nella composizione del sogno si mescolano, in ogni individuo, eredità psichiche dell’infanzia e impressioni provenienti dalla quotidianità.
Le insidie politiche ed esistenziali della vita, durante il Terzo Reich, aggredivano l’individuo anche quando credeva di essere solo con se stesso; ovvero durante il sonno. L’adattamento strisciante al nuovo regime, i rimorsi di coscienza, la paura, la resistenza: tutto ciò, affiora nei sogni, con quel lieve straniamento che è proprio del mondo onirico. La pressione conformante del Reich minacciava le difese individuali. Il sogno, che nella metafora psicoanalitica rappresenta il guardiano del sonno, veniva travolto. Le immagini oniriche scivolavano dal simbolismo verso la concretezza, perché il loro significato politico doveva essere immediatamente comprensibile alla coscienza. L’eliminazione delle pareti, in virtù di un decreto che priva lo spazio privato di ogni protezione è comprensibile senza interpretazione psicoanalitica.
Ugualmente evidente risulta il senso delle immagini oniriche riportate da una insegnante di matematica nell’autunno del 1933, quando proliferavano divieti di ogni tipo. Sognò che era proibito scrivere numeri e simboli matematici, pena la morte. Ella reagiva al divieto scrivendo equazioni con inchiostro simpatico, su carta sottilissima. “Qui vieta qualcosa che non è possibile vietare”, fu il commento cosciente dell’insegnante, che comprendeva come la politica la rendesse estranea anche alla parte intellettuale, oltre che a quella affettiva, della propria esistenza. Reinhart Koselleck, nella prefazione, sottolinea il grande valore politico e antropologico dei sogni del Terzo Reich, mantenendo in sottotono la dimensione analitica, in favore di una possibile “storia sociale” del sogno. Fa da contrappunto, nella postfazione, Bruno Bettelheim che, con rigore strettamente psicoanalitico, ribadisce la potenza interiore degli intimi conflitti che la realtà sociale del Reich evocava all’interno delle persone. Gli avvertimenti di pericolo, lanciati dai sogni, riportavano gli adulti all’età infantile, quando il bambino sente che ogni passo che fa viene osservato da coloro che lo sovrastano e che ogni suo segreto pensiero viene scoperto e conosciuto.