Pinocchio e la psicologia

Pinocchio diceva tante bugie che, come si sa, hanno le gambe corte. Ciò è vero, oltre che proverbialmente, anche fisicamente, perché cominciamo a mentire quando le nostre gambe sono poco sviluppate, a circa quattro anni. Prima di questa età è impossibile dire bugie, perché non conosciamo cosa sia il vero. Mentire è parte integrante dello sviluppo infantile, come dire la verità, e costituisce uno dei procedimenti che aiutano il bambino a stabilire i nuovi confini dell’Io, mentre realizza la separazione psichica dai genitori. Quando la bugia funziona il bambino capisce di non essere una parte integrante della madre, ma una persona separata, cui nessuno può leggere la mente. Si tratta solo di una fase evolutiva che, se rimane predominante nell’adulto, rappresenta una spinta patologica alla menzogna.
Per Pinocchio la bugia è solo un modo di manifestare la sua vitalità. Una energia vitale, assolutamente fisica e sensuale, che appare evidente, anche senza tirare direttamente in ballo la psicoanalisi. Basti pensare al lungo naso che può, per giunta, cambiare dimensione. Questo aspetto di Pinocchio, uscito dal duro legno, è comune, in diversa forma, anche ad altre maschere e burattini. Lo stesso Pulcinella ha un naso adunco e un lungo bastone. Sono, in effetti, gli istinti più semplici, come l’aggressività e la fame, che dominano il burattino-bambino. Pinocchio tira calci, fa sberleffi, scappa, è acchiappato e, soprattutto, ha fame. Anche gli inizi di una embrionale coscienza morale, rappresentata dal Grillo parlante, vengono subito soffocati. Comunque ostile risulta la realtà del mondo esterno. Prima l’acqua, poi il fuoco mostrano a Pinocchio che il “principio del piacere” non può essere inseguito senza pericolo. Naturalmente, la lezione non serve e la maggior parte delle avventure del burattino consistono, proprio, in una serie di urti fra l’istinto e la realtà esterna, o meglio fra l’istinto e le “persone grandi”. Quest’ultime possono essere figure benevole, minacciose, insulse, sentenziose o, addirittura, terrificanti. Dal mite Geppetto al burbero Mangiafuoco, dal Contadino sbrigativo al terribile Pescatore verde, dalla coppia istituzionale dei Carabinieri a quella delinquenziale del Gatto e della Volpe, fino al diabolico Omino che lo conduce nel paese dei Balocchi: queste sono le “potenze” che Pinocchio incontra sulla sua tormentata strada. Sono tutte figure maschili, compresa la Volpe che è proprio un Volpone, tranne una: la Fata. Questo è l’elemento che ci fornisce maggiori informazioni sullo atteggiamento psicologico ed emozionale del Collodi rispetto alla femminilità. Da quel che si sa, l’autore di Pinocchio non aveva un atteggiamento “adulto” confronti dell’altro sesso.
Come avviene in questi casi, il suo legame con la figura materna, nella realtà e probabilmente ancor più nell’inconscia fantasia, era molto potente. E’ noto che lo pseudonimo di Collodi, assunto da Carlo Lorenzini, era il nome del paese di nascita della madre. Inoltre, come ha scritto un suo nipote e biografo, Paolo Lorenzini, il Collodi, “finché visse la sua mamma, non si coricò una sera senza chiederle un bacio e la sua benedizione. Le dava del lei e la trattava coi riguardi dovuti a una persona di alta levatura. Spesso sottoponeva al giudizio di lei i suoi lavori, facendo tesoro dei consigli che si permetteva di dargli”.
Questa, madre idealizzata appare come la premessa psicologica della Fata, dai capelli turchini. Secondo un itinerario che riecheggia traiettorie della psicologia del profondo, essa appare a Pinocchio, dapprima come una irreale creatura dell’al di là e solo in seguito si umanizza e diviene effettivamente mamma. Si tratta dell’unica donna con cui Pinocchio ha dei rapporti affettivi. Nelle sue avventure, il burattino non incontra altre figure femminili; non esistono compagne di scuola o amichette. La Fata-madre assorbe, manifestamente, ogni possibilità di rapporto fra i due sessi. Ciò, assieme agli elementi simbolici che emergono dal racconto, illustra l’orientamento arcaico e primitivo, sul piano lello sviluppo, delle fantasie sotterranee del Collodi. Valga, tra gli altri, l’esempio dell’immane e inquietante mostro marino, stretto parente del biblico pesce di Giona, nel quale padre e figlio entrano e albergano per poi uscire, cioè nascere e approdare n nuove rive. Entrambi i maschi nulla possono, nel ventre di questa immensa balena, imprigionati ma, contemporaneamente, protetti dai rischi del mondo esterno. Solo la fuga gli consente una