Pirandello e “Il fu Mattia Pascal”

Luigi Pirandello scrisse “Il fu Mattia Pasca”, nel 1904. L’opera affronta un tema ricorrente nella narrativa internazionale, tra l’Ottocento e il Novecento: il problema dell’altro da sé, dello speculare opposto e contrario all’identità sociale dell’individuo. Psicoanaliticamente: la questione del doppio. E’ un tema su cui esistono antecedenti importanti: da Hoffman a Gogol, da Dostoevskij a Poe e Stevenson e, nel Novecento, interpreti illustri come James, Kafka, Conrad, Woolf, Borges e Cortàzar. Peraltro, si tratta di una questione molto studiata, nell’ambito della teoria psicoanalitica, da Freud, con il saggio “Il Perturbante” del 1919, ma precedentemente affrontata, nel suo specifico, da Otto Rank, con il lavoro del 1914, “Il Doppio”.
“Il fu Mattia Pascal” tratta di una situazione, apparentemente, vissuta tutta nella coscienza interiore dell’individuo. Egli ha, di fronte, opposte e differenti possibilità di essere, che lascerebbero supporre la possibilità di godere di un ampio margine di libertà di cambiamento, una volta tratto il dado; ovvero acquisire il vantaggio di poter diventare un’altra persona e realizzare, al pieno, ogni proprio desiderio di vita gioiosa. Non è così, purtroppo, come Pirandello dimostra. Mattia Pascal non potrà essere il se stesso che vuole, colui che realizza i suoi desideri, libero da ogni vincolo, come aveva immaginato di poter fare. Il ruolo normativo e limitativo delle convenzioni sociali non lo permetterà, in nessuna delle due identità.
Pirandello mette in scena il problema del doppio, affrontando la difficoltà riscontrata da tutti gli autori che si sono cimentati con questo tipo di fantasticheria; ovvero la fatica di immaginare due personaggi che occupano, nello stesso tempo, lo stesso spazio narrativo.