Psicoanalisi come scienza (Repubblica-AGL 24/9/1989)

A cinquant’anni dalla scomparsa di. Sigmund Freud, il dibattito scientifico attorno alla psicoanalisi non si è assolutamente placato, anzi nell’andamento altalenante che da sempre registra, recentemente ha conosciuto qualche brusca impennata. D’altronde, la circostanza non sorprende: in un periodo di diffusione ‘selvaggia’ delle scienze, le revisioni e le polemiche sono all’ordine del giorno: anche se troppo spesso l’atteggiamento dei media convoglia l’attenzione più su aspetti suggestivi e ‘spettacolari’ che non sui reali problemi di fondo.
Comunque sia, la questione dello stato e dello statuto della psicoanalisi è tuttora all’ordine del giorno, in ogni incontro internazionale: di recente è riemersa, ad esempio, durante il 36esimo Congresso dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale, tenutosi a Roma ai primi di agosto. In sostanza, ci si continua a chiedere se è vero che la psicoanalisi è in crisi (lo sarebbe da decenni) e se gli psicoanalisti siano propriamente scienziati, o cos’altro. Quesito, quest’ultimo, ormai ‘classico’: fin da quando Karl Popper aprì le ostilità rifiutando la patente di scienziati agli psicoanalisti, in nome del metodo «falsificazionista». Popper sostenne che, per sapere se una teoria è vera, bisogna cercare di dimostrare sperimentalmente l’opposto: se gli esperimenti non hanno successo, la teoria è vera. Ma il suddetto metodo è inapplicabile alla psicoanalisi, che dunque secondo Popper rimane indimostrata. In passato, il dibattito ha in realtà, coinvolto l’intera psicologia: poi, dopo un lungo periodo di relativa quiete dovuto, probabilmente alle fortune di una metodologia scientifica meno rigida o, addirittura «anarchica» come ha scritto il filosofo Paul Feyerabend, i critici della psicoanalisi hanno ripreso fiato. Impossibile dar conto dell’entità del dibattito, in cui sono intervenuti via via i maggiori psicoanalisti, filosofi ed epistemologi, tra i quali oltre a Feyerabend si possono citare Habermas, Ricoeur, Klein, Matte Blanco, Grunbaum e moltissimi altri.
La discussione è a 360 gradi, ma spesso — dobbiamo dirlo —a bbastanza confusa: una sorta di ossificato dialogo tra sordi, che non solo riproduce le tradizionali divisioni interne, ma riflette un complessivo sbandamento ‘ideologico’. Così ne esce, in definitiva, una perdurante incertezza su dove collocare la psicoanalisi, e un’aspra dicotomia tra ostinate diffidenze (prevalenti) e irriducibili arroccamenti. Uno dei più esemplari avversari della psicoanalisi resta il biologo statunitense Gerald Edelman. Secondo Edelman, il cervello umano sarebbe dotato dalla nascita di una rete di connessioni tra i neuroni, diversa in ogni individuo. Per ogni stimolo ricevuto dai sensi, si selezionerebbe, all’interno del cervello, la connessione più appropriata. In base a questo modello, che si ispira ai criteri della selezione naturale darwiniana, la memoria non appare come la ripetizione di una immagine registrata nel cervello, ma come il risultato di un continuo lavoro di riordinamento e ricategorizzazione. Non vi sarebbe, dunque, una organizzazione della memoria uguale in tutti gli individui. Da ciò Edelman deduce che non esistono simboli che abbiano un significato ‘uguale per tutti, come invece emerge dal lavoro psicoanalitico, da Edelman definito pericoloso, fuorviante e arrogante. La questione e fondamentale quanto ciclica, e riguarda — in due parole — il peso e la valutazione dell’influenza ambientale sull’individuo e sul suo cervello. La tendenza che permane in parecchi scienziati a studiare le funzioni cerebrali in astratto, in effetti sembra, più che un atteggiamento scientifico, l’appiglio estremo di un bisogno antropocentrico. Dopo che la rivoluzione copernicana ha tolto l’uomo dal centro dell’universo e il darwinismo gli ha negato il privilegio di ultimo atto della creazione, sembra quasi che si voglia trasferire sulle capacità cerebrali questa eccezionalità della razza umana. Resta, ovviamente, aperto il problema del metodo, ma ciò non riguarda solo gli psicoanalisti. Quel che si può di-re è che, da Galileo in poi, non è certo un buon metodo scientifico quello che evita di prendere in considerazione dei fenomeni osserva bili per evitare di contraddirsi. Anche senza tirare in ballo l’inconscio, l’evidente presenza di significati simbolici comuni, fin nella vita quotidiana, viene semplicemente negata tout court da Edelman e dai suoi non pochi seguaci. Ciò salva, forse, un modo di concepire il metodo scientifico, ma minaccia «l’atteggiamento» scientifico verso mondo. Forse, come ha osservato, recentemente il fisico e filosofo inglese Ernest Hutten, spezzando una lancia a favore della psicoanalisi, permane il timore di intaccare il tabù della «oggettività», come lo ha idealmente promosso la fi-sica classica, ovvero la meccanica newtoniana, che ha separato il «soggetto», dagli «oggetti» con cui lavora. E tuttavia, introdurre l’elemento «personale» nella scienza non significa intaccare la sua oggettività. Dipende da come ciò si realizza. Le teorie della relatività e della meccanica dei quanti hanno, da tempo, fatto i conti con l’influenza dell’osservatore sul risultato della misura. Anche per una scienza fisica, come la cosmologia, non è facile mantenere un ragionevole standard di oggettività. Le nuove osservazioni sono difficili da interpretare, poiché la loro collocazione dipende da una teoria ancora incompleta. Sempre Hutten ha avanzato una concezione della psicoanalisi, in cui la casualità, come è generalmente intesa, non giuoca un ruolo esclusivo. Nella sua proposta, le dinamiche psicoanalitiche vengono interpretate come flussi di informazione, ovvero «energia modulata» e ogni conoscenza è un aumento dell’informazione, che può essere estratta sia dal mondo esterno, sia da quanto l’evoluzione e l’ambiente sociale hanno inserito in noi. In conclusione, la sola cosa che si può dire è che anche verso la psicoanalisi conviene mantenere un atteggiamento aperto. In caso contrario, si rischia di fare come Grunbaum, che ha rifiutato persino l’invito di Robert Wallerstein, presidente dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale, a confrontarsi su uno studio sistematico, effettuato su 42 pazienti nell’arco di 30 anni. Si rischia, cioè, di non voler neppure “guardare nel telescopio”.