Psicoanalisi e Letteratura negli anni sessanta.

Negli anni sessanta del secolo scorso emerge, in Italia, la cosiddetta “Narrativa del benessere”. Il richiamo a Freud costituisce una delle vie per manifestare il proprio dissenso rispetto a quella sorta di oblio, a quella vasta rimozione, a cui l’individuo è condannato, nella nuova società dei consumi, nella vita come nella letteratura. Sono gli anni di “Eros e Civiltà” di Herbert Marcuse e di “Marx e Freud” di Erich Fromm. Il nome di Freud si trova spesso collegato a quello di Marx, per dare voce a una protesta che ha bisogno di emergere. La narrativa più importante del periodo diviene sede di un autentico “Ritorno del rimosso”. La solitudine, la nevrosi, la follia di molti dei suoi protagonisti sono spie della persistenza di un “indecifrabile disagio” che l’ottimismo di facciata della cultura ufficiale non avrebbe voluto percepire. In tal senso è fondamentale un’opera come “Il male oscuro” (1964) di Giuseppe Berto (1914-1978). Egli è uno dei pochi scrittori italiani ad aver conosciuto l’analisi, per esperienza diretta, con Nicola Perrotti. È un’opera in cui la richiesta psicoanalitica di parlare liberamente, senza cedere a censure o a inibizioni, si trasforma in un esperimento di stile che investe, ancor prima del contenuto, la punteggiatura, la sintassi, la logica narrativa stessa del romanzo tradizionale. Un’altra opera utile, per comprendere il rapporto fra psicoanalisi e letteratura, in quel periodo, è il “Memoriale” (1962) di Paolo Volponi (1924-1994). Il protagonista, afflitto da un feroce complesso materno, racconta la sua esperienza di operaio, il suo inurbamento e lo scontro con la politica, l’ideologia e le illusioni del benessere. Il suo “indefinito male”, purtroppo, si trasforma, ben presto, in ossessione, fobia e, perfino delirio paranoideo. Anche per questo, però, psicoanaliticamente, il suo sguardo sarà capace di vedere fin dentro la realtà, con disperata saggezza, “dietro la faccia della verità”.