Rossella Savarese, Guerre intelligenti, (2° ed.) Franco Angeli, Roma,1992 (Recensione)

La guerra è il regno dell’attrito, scriveva von Clausewitz, teorico militare degli inizi dell’ottocento. Essa rappresenta un proseguimento dell’attività politica internazionale, con mezzi più concreti delle parole e della diplomazia. Questa concezione è entrata in crisi con lo sviluppo della scienza dell’atomo. L’impossibilità di vincere una guerra nucleare ha spostato buona parte del conflitto sul versante simbolico. E’ necessario “vincere senza combattere”, quindi l’informazione, per il suo contenuto ideologico e per la sua struttura tecnologica, è divenuta una importante risorsa politica e militare.
La guerra contro l’Irak cominciò, sugli schermi, il 9 gennaio 1991, come una telenovela. La CNN, preoccupata di perdere il primato dell’informazione televisiva, spedì all’hotel Al Rashid di Bagdad un gruppo di novanta persone, dotate di apparecchiature d’avanguardia che avrebbero permesso ai giornalisti di far giungere la propria voce fuori dal paese anche dopo il bombardamento del centro iracheno delle telecomunicazioni. Peter Arnett, sotto le bombe dei suoi stessi connazionali, raccontava il dramma di Bagdad, come erede di una tradizione di giornalismo di guerra da riallacciare al conflitto di Crimea del 1853. In quella lontana circostanza bellica, William Howard Russell del Times, iniziò a descrivere la guerra con le parole della cronaca e i militari cominciarono a meditare la censura e la manipolazione delle informazioni. Negli oltre cento anni che ci separano da quel periodo, il peso della comunicazione bellica e politica è andato, inesorabilmente aumentando sulla scena sociale. Durante la seconda guerra mondiale, Stati Uniti e Gran Bretagna diedero vita ad un organismo per la guerra psicologica che controllava le comunicazioni attraverso la stampa, la radio e il cinema. Riferisce l’autrice che, in Italia, dopo lo sbarco alleato in Sicilia, questo organismo mise in funzione Radio Palermo. Il principale responsabile di questa radio era un sergente, Misha Kamenetzi, conosciuto come giornalista con lo pseudonimo di Ugo Stille.
La televisione, interminabile “fumettone” in cui la pubblicità finisce per fare da filo conduttore, ha ulteriormente modificato la comunicazione bellica e politica. Anche se ogni notizia, in sé, ha un suo valore specifico nella scala delle emozioni, essa è trascinata nel grande fiume simbolico della festa televisiva, che riesce ad accostare spot e varietà alle immagini più raccapriccianti. Questo genere di comunicazione è andato, progressivamente, integrandosi con il conseguimento e la conservazione del potere politico. Anche quando il giornalista è estranea all’area del consenso passivo alle istituzioni, è costretto, almeno in parte, a stare al gioco. E’ dalle istituzioni politiche e militari, infatti, che proviene la parte principale delle informazioni che vengono elaborate per entrare nel circuito delle comunicazioni di massa. Con la presidenza di Kennedy si è, poi iniziato uno stile di comunicazione che tende a oltrepassare la figura del giornalista per instaurare un rapporto diretto con l’elettorato. Le classiche forme di comunicazione e propaganda dei partiti sono in assoluto svantaggio rispetto a questo canale personale di un politico con il pubblico. Anche le guerre diventano un contraddittorio, a distanza tra leader. Bush, poco prima dell’intervento nel Golfo avvertì Saddam che “sarebbe stato preso a calci nel sedere”. Il presidente iracheno dopo aver annunciato la “madre di tutte le battaglie”, definì il suo interlocutore statunitense “compagno del diavolo”. La guerra, più che gli animi, sconvolse i palinsesti televisivi, ma ci fu chi, in Italia, si precipitò ai supermercati per riempire la dispesa, con la stessa convinzione con cui partecipava al1e vicende della famiglia Alden di “Quando si ama”. Il conflitto venne interpretato sul video con la stessa chiave di lettura degli sceneggiati a puntate. Eppure, secondo il Times, alla conclusione della guerra era stato evitato, per poco, il conflitto nucleare. Gli israeliani erano già pronti con le testate atomiche. Mancavano quelle di Saddam Hussein: non erano ancora ultimate.