Valori sociali e psicologici

La violenza nelle sue più diverse forma sociali, soprattutto nel linguaggio quotidiano. Questa, assieme ad una esasperata ricerca del benessere materiale e mentale, sembra essere la principale caratteristica di molte fasce della popolazione, secondo i risultati di alcuni studi dell’Eurisko, su commissione dell’ASSAP, l’Associazione italiana delle agenzie pubblicitarie. Il profilo offerto è desolante: un edonismo egoista che si contrappone, nell’ inseguimento del piacere, al minaccioso scorrere del tempo; l’ansia di vivere il presente, perché il passato è storia sconosciuta e ininfluente, mentre il futuro mette paura; la caduta dei valori e l’insofferenza verso ogni regola, sentita come limite. È l’esempio, verbalmente aggressivo, di persone appartenenti al gruppo più forte, come i politici televisivi e gli intellettuali, o pseudo, a favorire i comportamenti violenti, dalla banale trasgressione, al sasso sull’autostrada, nei rappresentanti del gruppo più debole. Mutano, contemporaneamente, tutti i classici scenari sociali: dalla famiglia, sui cui cambiamenti sono stati versati fiumi di statistiche, ai gruppi tribali giovanili, alle sette religiose e così via. Nel mondo del lavoro, cadono i miti che attribuiscono ad uno stato hegeliano e perfetto il compito di garantire una occupazione per tutti. Emerge, in parte dei giovani, la cultura dell’iniziativa personale. Parallelamente, in conseguenza della crisi dei valori, risulta sempre più difficile assumere responsabilità, verso circostanze remote e complesse, come quelle determinate dalle crisi del sistema. Il Grande Tiranno è il tempo, o meglio la mancanza di tempo, che alimenta le fucine dell’ansia e dello stress. Sia la produzione, sia soprattutto, il consumo, tendono ad assumere ritmi frenetici. Sopra questo rumore di fondo, scandito dal tempo che corre, si muove una società, disorientata, stanca e impaurita. Non c’ è scampo nella sola razionalità sociale delle buone leggi. La storia dimostra la impossibilità di razionalizzare, completamente, la convivenza. Sono i mille fili del tessuto sociale: dalla famiglia, al lavoro, alle vere amicizie, alle valide consuetudini, che trattengono la persona in una collocazione sociale sensata. Quando questi fili si rompono, o vengono strappati, l’individuo cessa, sul piano sociale, di esistere. Paradossalmente, nemmeno nel recupero dei soggetti in crisi si fa eccessivo appello al sistema interiore dei valori. La definizione dell’individuo passa, perversamente e spesso, nei meccanismi di un consumo, che non riguarda, banalmente, gli oggetti, ma il sistema della comunicazione e dell’immagine sociale, compresa quella politica. L’oggetto, più che di una utilità tecnico-pratica, è portatore di stimoli emozionali. L’ acquirente ottiene un’atmosfera, un brandello di mito, un piccolo supporto alla propria immagine. Compra un sogno, l’illusione di partecipare ad un mondo idealizzato. Come un sistema fisico tende all’ entropia, così una società senza valori tende al conformismo e all’omologazione sociale. Del resto le consuete forme collettive di relazione lasciano fuori una vasta zona di diritti umani non facilmente veicolabili dal sistema della comunicazione sociale. Già’, il noto psicologo B. F. Skinner, massimo esponente contemporaneo della psicologia del comportamento, o “Comportamentismo”, aveva osservato, qualche anno fa, quante poche persone riescano a vivere, pienamente, la loro esistenza. Notava, tra le maggiori difficoltà proprio quelle legate al lavoro e all’acquisto di beni. Osservava come molte persone siano assillate dal timore di perdere le posizioni conquistate, si sentano sacrificate dalla comunità che non dà loro tutto ciò che vorrebbero e manifestano noia e depressione. Per meglio spiegare la situazione, Skinner rispolverava, addirittura, un concetto della sociologia ottocentesca: l’alienazione del lavoratore dal prodotto del suo lavoro. Una alienazione che non va assieme all’idea di sfruttamento di provenienza marxista, perché colpisce anche l’imprenditore. Prescindendo dal valore, anche psicologico, dell’impresa, il risultato del lavoro, il guadagno in denaro è, in fondo, un simbolo da trasformare, ancora una volta, in beni socialmente accettati. Da una diversa prospettiva, anche Sigmund Freud, il fondatore della psicoanalisi, osservava, fin dagli inizi del secolo una tendenza degli organismi sociali a contrastare i bisogni e i desideri del singolo, incanalando, piuttosto, le energie dell’individuo verso attività accettate. Un meccanismo che, a partire dal secondo dopoguerra, ha determinato, nel mondo occidentale avanzato, una radicale rivoluzione nella qualità della vita, accompagnandosi allo scollamento dell’individuo dai tradizionali valori etici, individuali e sociali. In ogni grande transizione sociale è necessaria una resistenza etica, un apporto energetico, proveniente dai valori dell’umanità, che contrasti con l’entropia sociale, tendente ad omologare l’individuo. L’ aspetto più complesso è rappresentato dall’ esigenza di realizzare un ponte, percorribile nei due sensi, tra valori personali e valori sociali. Per questo sarebbe auspicabile, ma non sufficiente, un differente uso dei sistemi di formazione e comunicazione. Ciò contrasterebbe con la regola sociologica del conformismo, che impone l’aggregazione attorno alle mode culturali, nel bene e nel male. Del resto, cosa sia, veramente, bene o male, a livello sociale e psicologico, è riflessione troppo importante per lasciarla al giudizio altrui.