Paura dell’Aids e senso di colpa

Da quando, alla fine del secolo sorso, la paura dell’AIDS è calata, come una mannaia sulle attività sessuali della popolazione, le abitudini dei più, in questo delicato settore, sono cambiate. Dopo una prima fase di allarmismo, che ha indotto molti a considerare la sessualità come portatrice di malattie e morte, minacciando anche il mercato della prostituzione, le attività, in ambito sessuale, hanno registrato una risalita, ma la diffusione della malattia è sempre un problema grave e attuale. Come in ogni crisi sociale, anche in questa circostanza si sono manifestate delle novità, in ambito psicologico e ideologico.

Sintetizzando, due sessualità diverse si danno attualmente battaglia nell’universo della comunicazione. Da una parte la “nuova” castità sponsorizzata da movimenti religiosi e sostenuta anche da una diffusa atmosfera penitenziale, che già faceva capolino prima della comparsa dell’Aids, complice il riflusso ideologico della seconda metà del novecento. Dall’altra, una sessualità sempre più cerebrale che tenta di coniugare, anche nella perversione, la spinta anarchica del sesso con l’esigenza di sicurezza. Tra i due estremi, infinite sfumature, o maniacale altalenare. Gioca un ruolo da protagonista, in questo quadro, il senso di colpa.

Dal punto vista psicoanalitico, la paura dell’Aids libera, appunto, quell’oscuro sentimento di colpa, da sempre collegato alla sessualità. Un senso di colpa che ha origine in quello che la psicoanalisi definisce complesso d’Edipo, cioè l’aspirazione a sostituire il genitore di egual sesso nel rapporto affettivo con il genitore di sesso opposto. Questo complesso, che si completa con un divieto interiore, per questa situazione, sentita come proibita e sprofonda nell’adulto ad un livello mentale non cosciente, lascia tuttavia la sua impronta: ad esempio, con l’inibizione dell’attività sessuale con persone dell’altro sesso e con lo sviluppo di spunti perversi.
Fatta salva la spiritualità, l’ideologia religiosa ha istituzionalizzato questa situazione psicologica, sottolineando la natura peccaminosa della sessualità e concedendogli solo un piccolo posto, al servizio esclusivo della procreazione. Tuttavia, è superfluo notarlo, è sempre stato difficile, per chiunque, indirizzare il sesso verso questo unico fine.

Nel passato, intorno agli anni trenta, lo psicoanalista austriaco Wilhelm Reich tentò di dimostrare come la repressione sessuale, alimentata dal senso di colpa, costituisca uno strumento essenziale, tramite cui un potere dittatoriale può instaurare nell’individuo la dipendenza dall’autorità.

Anche se giunti a una distanza storica dai regimi dittatoriali nazista e fascista, che ispirarono questa riflessione, non si può fare a meno di osservare come la riproposta della castità e della assoluta fedeltà coniugale, quali deterrenti contro l’Aids contenga, oltre all’ovvietà del suggerimento, un potente messaggio ideologico, o meglio una vera e propria “concezione del mondo”. Quale migliore occasione di questa, sciagurata e luttuosa, determinata dalla comparsa dell’Aids, per ribadire una concezione della vita assolutamente asservita all’ideologia e alla cultura, dove il sesso e la natura, riproposti come pericoli mortali, devono essiccarsi e sottomettersi? Eppure, nella seconda metà del novecento, una pur limitata liberalizzazione dei costumi sessuali, aveva indotto a credere che questa concezione negativa della sessualità fosse, se non altro, fuori moda e che il sesso andasse acquistando una propria autonoma legittimità, anche al di fuori della procreazione. Ma, in qualche modo, questa colpa sotterranea sopravvive, affettuosamente alimentata da chi trova in tale sensazione un sostegno alle propria ideologia.

L’analisi psicologica del comportamento continua ad individuare – in modo manifesto o come oscuro elemento dell’inconscio – la sessualità come un valore conflittuale e come colpa. Ecco, dunque, che l’Aids, il morbo angoscioso e mortale, trova la sua immediata collocazione in questo meccanismo mentale, come concreta punizione per il peccato sessuale. Non a caso, si sono udite alcune voci, ispirate a un malinteso pensiero religioso equiparare questo morbo al castigo di Dio. Tuttavia, anche in coloro che si ritengono liberi dai divieti collegati ad una educazione religiosa troppo ideologizzata e rigida, questo mai dimenticato senso di colpa opera, nella parte inconscia della mente.
Fino a qualche decennio fa, prima della scoperta della penicillina, l’espressione di tale senso di colpa era costituita dalla paura delle malattie veneree. La fobia della sifilide era, allora, il modo in cui si presentava il sentimento di colpa collegato all’attività sessuale. Quel che avviene, attualmente, per l’Aids è simile.

Poiché chi non riesce ad apprendere dalla storia passata è destinato a ripetere errori già fatti, può accadere che, nei confronti dell’Aids, si avanzino gli stessi suggerimenti che venivano riservati per la prevenzione della sifilide: castità e buone maniere. Conseguentemente, come è noto, la sifilide imperversò, in tutto il mondo, nonostante tali consigli intelligenti, fino alla sintesi dei primi antibiotici. Di fatto, immaginare di poter limitare la diffusione dell’Aids contenendo l’attività sessuale della popolazione è pura astrazione, anche se confortata da convincimenti ideologici. È come tentare di frenare l’aggressività del genere umano consigliando a tutti di essere buoni e benevoli. Il suggerimento ha almeno il pregio di non peggiorare le situazione; ma lo Stato, anche se non ha il compito di intervenire sulle origini individuali di tale aggressività, non può sottovalutare le dinamiche sociali che essa innesca. Nel frattempo, l’evolversi frenetico del costume esprime, non solo simbolicamente, l’urgenza di una forza inarrestabile che si scontra con un ostacolo, apparentemente, inamovibile.
Complice la macchina schiacciasassi della pubblicità la seduzione si fa più cerebrale, mentre, nonostante il pericolo di morte, la parola “preservativo” continua a evocare qualche irragionevole resistenza. Nascono nuove, asettiche e rassicuranti perversioni. Anche nel sesso, sempre meno prassi e sempre più teoria. Al vecchio maniaco telefonico si affianca l’erotomane telematico, che utilizza i collegamenti via computer per lanciare e ricevere messaggi erotici, protetto dall’anonimato di una sigla. Il bisogno di sicurezza produce, più che una banale involuzione dei costumi sessuali, una plastica trasmutazione della sessualità che è ancora indistinta nella forma, ma possiede la chiara qualità del fenomeno sociale e alcuni tratti della perversione psicologica. Si avverte, fortunatamente, un gran bisogno di buona informazione, come intelligente rimedio ai segnali di paura. Anch’essa, però, deve fare i conti col radicato bisogno di castigo connesso al senso di colpa. Una informazione troppo martellante, anche se esatta, potrebbe persino favorire l’esasperazione di questo senso di colpa, con conseguenze, sul piano individuale, difficilmente valutabili.

Come sosteneva, già nel cinquecento, Paracelso, medico e filosofo, bisogna trovare la giusta dose per ogni rimedio. Ma ai rimedi bisogna correre, se non si vuole che anche la vita sessuale subisca quello che, in politica, è il destino delle utopie.