Le percosse sulla mente (Violenze sui bambini), 1989

Sul piano psicoanalitico, il trauma psichico è messo in relazione alle caratteristiche e alle capacità dell’apparato mentale. Quest’ultimo, in linea di massima, tende a mantenere un equilibrio costante, riorganizzando, continuamente, gli stimoli provenienti dal mondo esterno. Nel trauma, però, compreso quello infantile, gli stimoli assumono una estrema intensità. Quando un bambino subisce abusi, o violenze, addirittura, criminali, non riesce, nell’ambito della sua psiche, a ristabilire quell’equilibrio violentemente alterato da simili episodi. Si verifica, allora, un trauma; ancor più grave, perché colpisce una mente in età evolutiva. Si profila, conseguentemente, la possibilità di turbamenti duraturi delle attività mentali. Non a caso, gli inizi della psicoanalisi sono strettamente collegati allo studio delle origini traumatiche delle nevrosi. Sigmund. Freud, inizialmente, concentrò la sua attenzione sui tentativi di seduzione sessuale, subiti dai bambini, da parte degli adulti. Simili avvenimenti, che escludono, per la loro stessa natura, la possibilità di un controllo emotivo da parte del bambino e si collocano come «corpi estranei» nella psiche infantile, venivano posti alla base di molte manifestazioni nevrotiche e, in generale, psicopatologiche. Il trauma, infatti, attiva dei meccanismi, anche inconsci di difesa. Si verifica, in particolare, il fenomeno della rimozione. L’individuo, a maggior ragione se in età infantile, cerca di respingere nell’inconscio i pensieri, le immagini e i ricordi legati al trauma. Si tratta di un processo psichico universale, che non riguarda, solo, i traumi a carattere sessuale. Anche gli episodi di violenza possono essere, tendenzialmente, controllati dal bambino attraverso il meccanismo della rimozione, che non è opportuno abbattere, magari futilmente, fin quando gli altri aspetti della personalità non si saranno, complessivamente, rafforzati e organizzati. Sebbene Freud abbia, in seguito, rielaborato il concetto di trauma inserendolo in un quadro teorico comprendente altri fattori, come la costituzione e la vita individuale, sia a livello concreto, che fantastico, il «punto di vista traumatico» mantiene la sua generale utilità, soprattutto quando ci si deve confrontare con le molte violenze che i bambini subiscono continuamente. Sembra, infatti, che al progresso tecnologico e civile non corrisponda un aumento delle reali garanzie sociali offerte ai minori. Si verifica, piuttosto, una progressiva mercificazione. Nei commerci ufficiali rientrano i piccoli divi cinematografici, i miniconcorsi di bellezza o la moda infantile, sostenuta da un imponente apparato pubblicitario. Nei commerci clandestini cade la prostituzione infantile o la compravendita dei neonati, alimentata dalla disperazione delle coppie sterili. Se, per esempio, un bambino può divenire fonte di prestigio per dei genitori che lo spingono a cantare in televisione, non bisogna stupirsi nel constatare che l’infanzia, come fenomeno sociale, si modifica. I bambini sono, per un adulto, gli individui con cui è più facile identificarsi. Accade, cioè che gli adulti percepiscano, nel bambino, una qualche parte di se stessi. Socialmente, ciò sta portando a un progressivo trasferimento dei valori adulti, in ambito infantile. Anche prescindendo dalle, vere e proprie, violenze sessuali, si deve constatare, in virtù della televisione, del cinema e dei mutati costumi, una precoce erotizzazione dell’infanzia. Se il fenomeno è esasperato, si possono determinare, anche in assenza di particolari eventi traumatici, delle disarmonie nella personalità. Di fronte a veri e propri abusi sessuali possono, poi, verificarsi situazioni paradossali. II bambino può, addirittura, sviluppare una specie di orgoglio per la sua diversità e per l’esperienza che lo ha fatto crescere prima degli altri. In effetti, quando si escludono i casi più clamorosi, anche il concetto di evento traumatico va considerato elasticamente, in relazione alla psiche e alle risorse del singolo bambino. Non solo il caso criminale, ma anche la diffusa quotidianità del maltrattamento fisico, considerato «normale», può provocare un grave danno alla personalità infantile. Durante l’infanzia, quando nel bambino è presente un senso di eternità e onnipotenza, egli viene messo a contatto con la percezione della violenza e, in ultima analisi, della morte. Questi episodi influenzeranno, necessariamente, in modo negativo, l’organizzazione futura della personalità. Potrà sorprendere constatare che la violenza sui bambini è maggiormente diffusa nei paesi industrialmente avanzati. Infatti, nelle società primitive, come per esempio tra le tribù africane, il fenomeno è assai più raro. Gli appartenenti alla tribù dei Dogon, per rimanere nell’esempio, che occupano un vasto territorio a sud del fiume Niger, considerano la violenza sui bambini un evidente sintomo di follia. D’altra parte, la violenza sui minori è un aspetto particolare del più vasto problema dell’aggressività umana che, nelle società avanzate, assume forme parossistiche. Entro certi limiti, l’aggressività può essere considerata un aspetto normale del comportamento umano. Anche sul piano sociale, non esiste società senza violenza. Animali o uomini, ogni società conosce l’aggressività. Tra gli animali, queste manifestazioni aggressive sono, fondamentalmente, sociali, poiché solo la presenza di un individuo rivale o, semplicemente, di un intruso, scatena l’attacco. Nella società umana, le possibilità individuali di manifestare l’aggressività sono estremamente ridotte. Leggi, tribunali, educazione e consuetudini pongono la violenza del singolo oltre il confine del lecito. L’aggressività individuale si manifesta in contese collettive che vanno dalle rivalità nazionali, alle battaglie dei tifosi dentro gli stadi. Anche se questa aggressività permane e attraversa la vita quotidiana, intervenendo nella vita dei singoli, i bambini, come i cuccioli delle società animali, hanno sempre mantenuto una posizione privilegiata, che li pone, in linea di massima, al di fuori del circuito della violenza individuale. Fondamentalmente, ciò accade perché, in una situazione normale, il bambino può entrare in rapporto psicologico profondo e diretto con i suoi genitori e, più in generale, con gli adulti. Egli non è considerato un intruso, quindi non scatena l’aggressività. Inoltre, essendo piccolo, non si pone in competizione con i grandi, per quel che riguarda la vita sociale, quindi non evoca quella rivalità diffusa, che è la forma socialmente accettata di manifestare l’aggressività fra gli adulti. Per questi motivi stimola, anzi, un sentimento opposto: una tendenza protettiva che si accompagna, sul piano psicologico, ad una identificazione. Quando ciò non accade, significa che questo rapporto tra adulto e bambino è stato distrutto. La vita quotidiana minaccia in molti modi l’integrità di questo rapporto tra genitori e figli, anche senza mente, traumatiche. Generalizzare è difficile; la violenza dell’adulto può essere scatenata da differenti cause specifiche. Tuttavia, in ogni caso di violenza, da quelli criminali a quelli futili, vi è un elemento, sia esso il denaro di un riscatto, o il bisogno di non sentire rumori per casa, che diviene più importante del bambino stesso. In tal modo, il rapporto tra il gran-de e il piccolo si interrompe e il bambino si trasforma, agli occhi dell’adulto, in un estraneo, in un vero e proprio intruso, causa di dispiaceri e fastidi. In questa situazione limite può scatenarsi la violenza: Essa si concentra su un bambino, nei confronti del quale l’adulto non avverte nessun rapporto positivo ed è, comunque, una violenza traumatica che, se non arriva a distruggere il corpo, lascia nella mente il deserto degli affetti.