Cannabis Sativa

Sin dall’antichità la canapa, o Cannabis sativa, è stata coltivata ed è tra le piante più diffuse in occidente. E’ probabilmente originaria dell’Asia centrale ed è una pianta adattabile a diversi ambienti, che cresce sia nei climi temperati sia in quelli caldi. Veniva utilizzata per fabbricare corde e tessuti; mentre l’olio, ottenuto dai semi, è stato impiegato per millenni come combustibile per l’illuminazione. La sostanza può essere consumata in fifferenti forme.

  1. a) Marijuana (infiorescenze, foglie seccate), dove la percentuale del THC (il principio psicoattivo contenuto nella pianta) può variare tra lo 0.5 e il 5% nelle varietà senza semi e tra il 7 e il 14% nelle varietà con semi, detta “sinsemilla”.
  2. b) Hashish (resina di cannabis e fiori pressati) con concentrazioni di THC variabili dal 2 al 20%.
  3. c) Olio di hashish(un estratto di THC ottenuto usando solventi organici), con concentrazioni dal 15 al 50%. La cannabis viene fumata in appositi dispositivi (chilum, narghilè) o in sigarette fatte a mano (spinelli, canne, joint) con o senza aggiunta di tabacco.

Il principale componente psicoattivo della cannabis è il D 9 – tetraidrocannabinolo (THC, delta-9-tedraidrocannabinolo) che si lega perfettamente a dei recettori presenti nel nostro corpo, sia nel sistema nervoso centrale, sia in quello immunitario. Sono recettori che appartengono al cosiddetto “sistema degli endocannabinoidi”. Il sistema endocannabinoide prende il suo nome dalla pianta di cannabis poiché alcuni fitocannabinoidi in essa presenti, tra cui il THC, mimano gli effetti degli endocannabinoidi legandosi ai medesimi recettori. S’ipotizza che il sistema endocannabinoide sia coinvolto in un gran numero di processi fisiologici tra i quali il controllo motorio, la memoria e l’apprendimento, la percezione del dolore, la regolazione dell’equilibrio energetico, e in comportamenti come l’assunzione di cibo.  Assumere massicciamente il THC, utilizzando la sostanza in modo continuato e prolungato, conduce a una disorganizzazione delle funzioni di questo sistema. Si rompe il delicato equilibrio psicofisiologico e si producono, dal punto di vista psichico una serie di sintomi, sia fisici che psicologici.

Nella Marijuana sono presenti, oltre al THC che risulta essere il principio attivo, anche moltissimi altri cannabinoidi che non sono psicoattivi, ma svolgono importanti funzioni rispetto agli effetti che, nel complesso, la pianta ha sul nostro Sistema Nervoso Centrale. Il più rilevante è il CBD (Cannabidiolo); quest’ultimo è impiegato, attualmente, in ambito medico, poiché ha un effetto sia dal punto di vista sedativo (allevia dolori e sintomi di nausea con riduzione di spasmi muscolari), sia ansiolitico.

Se utilizzata in dosi molto basse la cannabis produce euforia, sedazione e rilassamento; effetti simili a quelli causati dall’alcol. L’individuo può avvertire: un senso di euforia, rilassamento e benessere; tendenza ad una maggiore loquacità e risate contagiose; maggiore sensibilità fisica ed emotiva. Ancheil pensiero sembra più libero e più “creativo”, mentre il rilassamento può indurre stati soporosi (sonnolenza) o un vero sonno.

Nel caso che le dosi siano elevate, la cannabis provoca rilassatezza e perdita di cognizione del tempo, con confusione fra passato e presente, rallentamento psicoideativo e compromissione della memoria a breve termine.  Dosi molto elevate possono indurre attacchi di panico, stati deliranti tossici e, raramente, psicosi. Nella somministrazione a lungo termine (che si osserva nei forti consumatori) può associarsi una complicanza: la cosiddetta “sindrome amotivazionale”, in cui si osserva: anergia, apatia, riduzione del range emotivo, ritiro, riduzione degli interessi (spesso ridotti al solo guardare la TV o a giocare con i videogames) e vissuti depressivi.

Nei casi di vera e propria intossicazione da cannabis si osserva: aumento del battito cardiaco e sbalzi pressori, nei primi minuti dopo l’assunzione, che possono causare debolezza e vertigini; arrossamento congiuntivale; secchezza delle fauci; “senso di fame” (per stimolazione da parte dei cannabinoidi del centro dell’appetito). Si verifica nel soggetto una compromissione della memoria a breve termine e dell’attenzione e può esserci l’alterazione della coordinazione motoria (andatura barcollante), come con l’utilizzo di alcol, ed il rallentamento dei riflessi.

Conseguentemente, questo alterato stato fisico e mentale prodotto dalla cannabis rende di particolare pericolosità, sia per se stessi che per gli altri, guidare qualsiasi tipo di veicolo o controllare apparecchiature complesse. Nei soggetti che ne fanno un uso e abuso ripetuto nel tempo, si possono osservare, a livello emotivo e di umore, alterazioni di carattere paranoico. A seconda del tipo di sostanza assunta e quantità, ci può essere ansia e paranoia, fino al panico, con reazioni di disorientamento e allucinazioni. Solo raramente, questi effetti permangono nel tempo; generalmente, scompaiono dopo poche ore.

Un rischio specifico comporta, il “fumo” di cannabici, per taluni particolari gruppi, primi fra tutti gli adolescenti. Si constatano: alterazione e rallentamento dello sviluppo psichico, compromissione della motivazione, facilitazione del passaggio all’uso di altre droghe. Una significativa relazione tra il consumo di cannabis e il successivo sviluppo di disturbi dello spettro schizofrenico è descritta da diversi studi. Iniziare il consumo a 18 anni raddoppierebbe il rischio, mentre a 15 anni lo quadruplicherebbe. Viene anche indicata la possibilità che alcune aree celebrali, a causa di un uso ripetuto nell’adolescenza, risultino pregiudicate nel regolare sviluppo normo-funzionale. Le gestanti che continuino a fumare cannabis durante la gravidanza espongono il feto ai rischi di nascita prematura e sottopeso, nonché di anomalie congenite.

Secondo alcuni orientamenti psicopatologici, il fruitore abituale, tramite l’uso della sostanza, spesso cerca di “curare autonomamente” diversi disturbi riguardanti la sfera ansioso-depressiva e dell’umore (disturbi di ansia generalizzati, disturbi del sonno, disturbi depressivi). I soggetti motivano infatti la loro frequenza di assunzione come “necessaria” (“fumo perché mi rilassa molto”; “fumo perché altrimenti non riesco a dormire”). Come effetto si stabilizza una compulsione nella ricerca della sostanza (craving), sostenuta da una dipendenza di tipo psicologico; così l’utilizzo della sostanza diviene un rituale difficile da interrompere. Nelle situazioni di uso cronico, anche di moderata entità, si nota una difficoltà di addormentamento serale, quando manchi la disponibilità di cannabis; ciò, a volte, è associato a sintomi ansiosi aspecifici e irritabilità. Una cannabis molto potente, utilizzata quotidianamente e in modo ripetuto, per un periodo di mesi o anni, può interferire con le attività familiari, scolastiche e lavorative.

Riguardo al trattamento terapeutico, è opportuno informare i soggetti che chiedono di essere aiutati a disintossicarsi dall’uso di cannabis, che non si incontrano gravi problemi fisici durante il periodo di astinenza e che non è indicata una terapia specifica per la disintossicazione. È utile seguire seguire ogni procedura che coinvolga e responsabilizzi la persona nel prefiggersi la progressiva eliminazione del THC dall’organismo (che può richiedere fino a 5-6 settimane). È anche necessario monitorare la persistenza nel distacco. I disturbi, derivanti dall’uso di cannabis, vanno trattati come tali, utilizzando le competenze specialistiche dello psichiatra o dello psicoterapeuta. Un buon sostegno può derivare dalla frequentazione di gruppi di autoaiuto.

La pianta fu vietata, per la prima volta, negli Stati Uniti, a partire dal 1937, con l’emanazione del Marijuana Tax Act, firmato da Roosvelt. La proibizione si è poi estesa a molti altri paesi, soprattutto in Occidente. In Italia sono vietate la vendita, il commercio e la detenzione.