Schopenhauer e Freud

La Libido designata da Freud è amorale e non razionale, come la Volontà di Schopenhauer. Quest’ultima si sottrae allo spazio e al tempo ed è quindi unica in tutti gli esseri. Poiché la Volontà si sottrae a ogni ordine, come la Libido agisce in un modo assolutamente libero e quindi è irrazionale e irruente. Schopenhauer, introducendo nella storia del pensiero la nozione di inconscio e anticipando quella di sublimazione, affermò che tutte le manifestazioni dell’amore (anche quelle più letterarie) si spiegano con l’urgenza dell’istinto riproduttivo, il quale della Volontà è una manifestazione succedanea. Pur essendo una forza universale la Volontà si sostanzia poi nei singoli individui, producendo lotta e conflittualità generalizzate. Anticipando filosoficamente la nozione darwiniana di lotta per l’esistenza, Schopenhauer definì la natura come il luogo della più spietata conflittualità. Dato infine che ogni essere vivente è destinato alla morte, la Volontà è un impulso irrazionale capace solo di trasformare la vita in una perenne angoscia della morte.

Nella visione irrazionalista di Schopenhauer la ragione serve solo ad aumentare il dolore dell’esistenza; l’uomo, infatti, a differenza degli animali, sa di dover morire. E se da una parte questa consapevolezza lo allontana dall’istinto (impedendogli di vivere come gli animali, in modo pieno e gioioso), dall’altra non offre alcuna soluzione al destino inevitabile. Il dolore è l’esito di ogni riflessione intellettuale sull’esistenza.

Nella seconda parte della sua opera capitale (Il Mondo come volontà e rappresentazione, 1818), dopo aver insegnato l’assoluta inconoscibilità del mondo secondo la dottrina del fenomenismo, Schopenhauer affermò che vi è una parte della natura, una sola, che possiamo conoscere veramente. Questo oggetto, l’unico che si possa comprendere ‘in sé’ (noumenicamente) nella sua più intima essenza, è il nostro corpo, quello che noi viviamo (o che ‘ci vive’). La conoscenza di noi stessi, infatti, non avviene tramite il principio di individuazione, ma con una comprensione immediata e intuitiva. È la prima volta nella storia della filosofia che la persona fisica del soggetto pensante diventa argomento di riflessione.

La corporeità si rivela a Schopenhauer come pura Volontà di vivere, l’istinto prepotente e violento di continuare a sussistere sempre e in ogni caso. L’essenza più profonda dell’Io (del mio corpo) è lo sforzo di perpetuare la sua esistenza e questo impulso è così forte ed evidente che è ragionevole pensare sia dominante anche in tutti gli altri esseri. Schopenhauer ne conclude che la sostanza metafisica del mondo è appunto la Volontà di vivere, quella forza universale che spinge ogni cosa a perpetuarsi, quell’energia attiva in ogni parte della natura, non solo nel regno animale ma anche in quello vegetale e persino in quello minerale. La Volontà di vivere infatti non richiede coscienza, consapevolezza o capacità cognitive, perché si può esprimere anche in modo inconscio. È la forza che fa crescere le gemme e i cristalli, che spiega i fenomeni magnetici, chimici ed elettrici, che produce nel mondo biologico gli zoofiti (gli esseri intermedi fra il mondo vegetale e animale, come la spugna e il corallo). Essa domina persino l’uomo, anche se l’individuo spesso non se ne rende conto.

In anni successivi alla proposta di Freud, rispetto alla Libido, Wilhelm Reich tentò di dare una estensione fisica alla Libido stessa, proponendosi di misurarla appunto fisicamente e introducendo il concetto di Orgone che, sosteneva, di aver individuato, nella realtà.