Jervis Giovanni, La psicoanalisi come esercizio critico, Garzanti, Milano, 1989 (Recensione)

Torna a dibattere di psicoanalisi Giovami Jervis, tra i più Attenti cultori contemporanei dell’eredità freudiana con il volume La psicoanalisi come esercizio critico (1989), edito da Garzanti. Da sempre nemico di ogni rigida e schematica fede nei sapere precostituito, Jervis pone l’accento sulla potenza demistificante della teoria psicoanalitica. Questo atteggiamento è doveroso anche all’interno di una riflessione sul valore attuale delle idee freudiane. “La psicoanalisi si riferisce a una concezione storica dell’individuo e alle persone concrete. Le idee non derivano solo dall’inconscio, ma anche dalla società e dalle strutture di potere”. Non si tratta, però, dell’ennesima riproposta del connubio tra psicoanalisi e marxismo, ma di una complessiva presa di posizione rispetto al dibattito metodologico contemporaneo.
Attualmente, infatti, due punti di vista si confrontano nell’universo psicoanalitico. Da una parte i fautori di una psicoanalisi legata al complesso delle scienze naturali e ai criteri della esattezza e della verificabilità. Dall’altra, chi preferisce concentrare l’attenzione sul patrimonio psicoanalitico evitando i rigori della verifica, come è concepita dalle cosiddette scienze esatte. Quest’ultima posizione, tecnicamente definita ermeneutica, offre molti spunti al dibattito contemporaneo e ad essa, pur con varie riserve, si accosta Giovanni Jervis. Partecipe di una riflessione psicoanalitica non dogmatica, avviata negli anni sessanta dal filosofo francese Paul Ricoeur e proseguita negli Stati o Uniti, ad opera di diversi autori, Jervis ritiene che, solo rimettendo, continuamente, in discussione i concetti freudiani, si persegua un criterio, genuinamente, psicoanalitico. I primi due capitoli del volume sono, appunto, dedicati a questo tema delicato, nel tentativo di individuare il giusto equilibrio tra la severità metodologica della tradizione scientifica e la necessità di storicizzare e dibattere le idee freudiane. Nel perseguire questa alchimia intellettuale, vengono tracciati tutti i temi metodologici contemporanei connessi al pensiero psicoanalitico. In evidenza è messo lo strettissimo legame tra teoria e pratica proprio della psicoanalisi che si concretizza nel rapporto con il paziente, secondo i criteri del metodo clinico. È questo, tutt’oggi, il fondamento che conferisce compattezza alla psicoanalisi. Il solido terremo empirico della metodologia clinica, della osservazione e del contatto col paziente, anche se non garantisce la asetticità del laboratorio, produce una scientifica ricerca dei fatti aldi là delle apparenze. Questa ricerca, che Jervis definisce propriamente una “presa di coscienza” separa l’impostazione psicoanalitica dalle psicoterapie. Con ciò non viene negata la potenza terapeutica della psicoanalisi, ma viene analizzata, soprattutto nel terzo e quarto capitolo, la sua specificità storica e concettuale rispetto all’emergere delle psicoterapie.
Non si tratta, evidentemente, di isolare la psicoanalisi, come universo dottrinario e come pratica clinica, quanto di individuare le sue particolarità. Valga, in tal senso, il contributo offerto da Jervis alla comprensione dello stesso psicoanalista. Come è noto, la relazione analitica sviluppa, anche nello psicoanalista, un insieme di reazioni inconsce verso la persona analizzata. Il fenomeno, denominato “controtransfert”, costituisce il maggiore ostacolo rispetto alla realizzazione di un atteggiamento, quanto più possibile, neutrale, nei confronti del paziente.
Attraverso una vasta serie di riferimenti saggistici viene attualizzata la essenziale e, apparentemente, semplice esigenza che impone di distinguere la neutralità dalla indifferenza. In tale ambito, come in tutto il volume, è presente un saldo aggancio alle origini del pensiero freudiano. La interpretazione freudiana originaria è difesa e, contemporaneamente, discussa partire dal prototipo del meccanismo interpretativo attinente il sogno. La comprensione dell’individuo è legata, da una parte alla sua storia di vita e dall’altra al condizionamento biologico delle azioni umane. Non sono, però, ammessi stereotipi, nella procedura interpretativa. Il ricco panorama del dibattito psicoanalitico riguardante l’interpretazione testimonia la evoluzione e la storicizzazione del patrimonio concettuale. Pur constatando, in certi casi, la presenza di elementi dogmatici è in questa circostanza, forse più che in ogni altra, che il fantasma della suggestione e dell’indottrinamento tormenta la tranquillità dell’analista scrupoloso. Con ciò Jervis intende anche riferirsi a quella componente di incertezza che non può essere sottratta alla ricerca e che è parte integrante di ogni genuina impresa scientifica e conoscitiva.