Depressione (divulgativo)

Può accadere all’improvviso: una mattina ci si accorge che un diaframma ci sta separando dal mondo e dalla vita. Può essere una crisi di panico che toglie l’aria, un malessere non identificabile. Dov’è allora, dove? Nella testa, la sede più profonda di noi? Ma allora è la pazzia, se d’un tratto non si riesce più a uscire, ad attraversare la strada e a vivere.

Difficile immaginare sofferenza più acuta, seppur invisibile. Esprimerla è impossibile, perché non possediamo le parole per farlo. È dentro, ma non si sa dove e cosa sia. Gli altri suggeriscono che sei tu. E ci si ritrova soli.

Chi ne soffre, spesso non ritiene di essere malato, oppure si oppone a qualunque terapia perché è convinto dell’inguaribilità del suo caso. O ancora, respinge l’idea che il suo soffrire possa essere legato a fattori “fisici”, per cui non c’è cura.

Secondo uno studio della Società Italiana di Psichiatria, si tratta tuttora di una malattia che per 4 connazionali su 5 va vissuta da soli, senza parlarne neppure con il medico di famiglia. Uno su 3 ha ancora pregiudizi e false credenze e la ritiene, addirittura, una patologia “pericolosa”, o che si potrebbe “risolvere con un pò di volontà”.

Il 40% degli italiani pensa che i farmaci non siano necessari per curare la depressione e il55-65%crede che abbiano gravi effetti collaterali e possano indurre dipendenza. Paradossalmente, alcuni pensano che ricostituenti e vitamine possano essere più utili e sicuri degli antidepressivi. L85%tuttavia ritiene che un trattamento psicoterapico, con una vera psicoterapia o colloqui, sia opportuno per curare la depressione; in sette casi su dieci ci si rivolgerebbe a una psicoterapia di lunga durata, mentre quelle brevi vengono considerate efficaci soltanto dal 30% degli italiani.

Nella nostra società si può manifestare, fortunatamente, tutto. Ma non il malessere psichico. Depressione, esaurimento, panico non sono perdonati.

Si è condannati da colleghi, amici o, addirittura, dalla famiglia. Molti hanno liquidato conoscenti colpiti dalla malattia con un’odiosa parola, che stigmatizza e che andrebbe bandita: matto. Parole che scavano un confine e condannano alla solitudine.

Il disagio non è una colpa. E’ inutile puntare il dito contro se stessi, o contro genitori o coniugi. Cause, però, ce ne sono: un groviglio di errori, o meglio di questioni non risolte, che a un certo punto sommergono la persona.

E’ un male che richiede uno sforzo sovrumano per ricomporre l’esistenza. Si può trovare un primo sollievo nei farmaci e nell’attività fisica, che rimette in sintonia con il corpo, il quale è il nostro primo legame con il mondo.

Contemporaneamente, sul piano psicologico, occorre affrontare i nodi mentali per ritrovarsi.

Tuttavia, il male può anche diventare un’occasione irripetibile. Se ne esce da soli, ma con la presenza degli altri. Qui sì che ci sono colpe: della nostra società, che ignora questo male per timore di esserne contaminata o di dover riconoscere le proprie mancanze e dello Stato, che non riesce a fornire cure adeguate e accessibili a tutti.

Però se ne può uscire, magari improvvisamente, come all’improvviso si era presentato il disturbo.