IL TAGLIO DEGLI ALBERI

Asce, bulldozer, fuoco e seghe a motore stanno distruggendo gli alberi della terra assai più rapidamente di quanto l’uomo o la natura stessa possano sostituirli. Dal Rio delle Amazzoni all’Himalaia, dal Bangladesh ad Haiti ogni anno, in gran parte del Terzo Mondo, scompaiono decine di milio ni di ettari di foreste, una percentuale compresa fra l’uno e il due per cento del patrimonio totale. Si tratta, all’incirca, di un territorio ampio come l’isola di Cuba e se la tendenza non verrà bloccata la stessa esistenza delle foreste tropicali sarà messa in discussione. In Europa e nell’America del Nord la situazione è diversa, poiché da circa un secolo si cerca, almeno in alcune zone, di equilibrare, con il rimboschimento, il taglio del legname. Nella stessa Italia esiste un piano di rimboschimento, ma alcune amministrazioni locali trascurano i controlli scegliendo piccoli, ma immediati, vantaggi economici. Purtroppo, ella grande fascia verde equatoriale che corre attorno al globo il taglio delle foreste è indiscriminato. Sembra di vedere all’opera quel che Sigmund Freud chiamava “Istinto di morte”, ovvero una pulsione primaria verso la distruzione e l’autodistruzione. Per la maggior parte delle popolazioni del Terzo Mondo gli alberi rappresentano una fonte di ricchezza troppo facilmente accessibile perché si riesca a regolamentarne lo sfruttamento. L’estrema povertà di quei paesi accelera lo spianamento di milioni di ettari di territorio ogni anno. In tal modo le coltivazioni ed i pascoli si sostituiscono alle foreste e ciò provoca pericolose conseguenze. Il taglio della legna in collina porta ad alluvioni che spazzano le terre a valle. In altre situazioni il suolo privo di alberi tende a diventare deserto. Queste distruzioni non sono certamente nuove. Scrisse il filosofo greco Platone nel quarto secolo a.C. “Rispetto a quella che era, la nostra terra è come lo scheletro di un organismo devastato dalla malattia”. Ma oggi, gli effetti si misurano su scala planetaria. Quando nel Terzo Mondo non ci sarà più legna, il che potrebbe accadere tra non molto, si verificherà un collasso totale che porrà fine a qualunque ipotesi di sviluppo in quei paesi. Nessuno sul pianeta potrà sfuggire agli effetti di questa “pelatura”. Carta e materie plastiche saranno soggette a drastiche riduzioni e, secondo le ipotesi più catastrofiche, il clima potrebbe subire pericolose variazioni. Su questo ultimo argomento gli scienziati sono divisi in due gruppi. Uno pensa che si verificherà un riscaldamento globale del pianeta, favorito dall’effetto serra dovuto all’accumulo di anidride carbonica. Nella peggiore delle ipotesi è previsto un aumento della temperatura media di due gradi nei prossimi settant’anni, con conseguente scioglimento delle calotte polari e aumento del livello del mare di circa 18 metri. Un secondo gruppo di scienziati ritiene che “pelando” la superficie del pianeta si aumenterà la riflessione della luce solare, abbassando quindi la temperatura media della terra. Come effetto secondario Si potrebbe verificare una alterazione nel regime delle piogge che porterebbe la siccità nelle più importanti regioni agricole dell’Europa e dell’America settentrionale. Altrettanto drammatiche sarebbero le conseguenze sulle specie viventi. Anche se le foreste equatoriali coprono meno del 10 per cento del pianeta, esse ospitano circa la metà delle specie animali e vegetali conosciute. Alla fine del secolo, proseguendo l’abbattimento indiscriminato di alberi, il 20 per cento di queste specie potrebbe scomparire. Si tratta dunque di interrompere questo circolo vizioso per cui troppa gente dipende da un numero sempre minore di riserve vegetali. Le vie sono due: una strettamente tecnica consiste nel programmare campagne di rimboschimento planetarie; l’altra, certamente più problematica sul piano socio-politico, riguarda il complessivo miglioramento del livello di vita di quelle popolazioni del Terzo Mondo che la povertà spinge attualmente ad un consumo indiscriminato delle risorse forestali.