Il carro di Tespi

I Carri di Tespi erano dei teatri mobili realizzati attraverso strutture di legno coperte, di cui si servivano i comici del teatro nomade popolare italiano per il loro teatro di strada, a partire dal tardo Ottocento. Venivano montati “su piazza” e restavano allestiti per 40/50 giorni durante i quali le compagnie dei “guitti” girovaghi recitavano sera dopo sera un copione diverso, esaurendo integralmente il loro repertorio. Essi devono il proprio nome alla figura mitica del teatrante Tespi d’Icaria descritta da Orazio nella Ars poetica ed erano ancorati all’idea di un teatro di massa di forte impatto emotivo e capace di veicolare la cultura teatrale fino a fasce dimenticate di popolazione.

Tespi, figlio di Temone, d’Icaria nell’Attica, è una figura oscurata dalle stesse incertezze che oscurano l’origine e primi sviluppi della tragedia. Visse a metà, circa, del sec. VI a. C. Ebbe una sua compagnia girovaga, il carro di Tespi, con cui dava rappresentazioni drammatiche a Icaria e in altri luoghi dell’Attica. Recitò anche in Atene, quando Pisistrato vi introdusse il culto di Dioniso Eleutereo e vi organizzò le Grandi Dionisie. Tespi potrebbe esser stato legato a Pisistrato da rapporti politici.

Appunto nelle Grandi Dionisie del 534 (Suida e Marmo di Paro) Tespi rappresentò, per la prima volta, un suo dramma. Egli distaccò dal coro un personaggio che al coro “rispondesse” e fosse vero e proprio attore. Inoltre creò la maschera come “finzione” drammatica e aggiunse al valore sacrale dell’azione anche un valore fantastico-poetico. Inventò anche, o sviluppò, il prologo dialogato. Con ragione può esser detto, come già si legge in scrittori prealessandrini, inventore e fondatore della tragedia.

Poeta e attore egli stesso, come poi anche Eschilo. Ci restano quattro titoli di sue tragedie, ma i frammenti derivano da tarde falsificazioni.